All About Jazz Italy review by Enrico Bettinello


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Sten Sandell Trio + John  Butcher – Strokes (CF 082)

Un mormorio inquieto, soffuso, punteggiato da gocce che sembrano cadere sui piatti della batteria apre questo nuovo disco in cui al trio del pianista Sten Sandell si aggiunge il sassofono di John Butcher. Registrato dal vivo al Blå di Oslo, Strokes si compone di due lunghe improvvisazioni/composizioni collettive cui si aggiunge un breve bis.
Le qualità del trio di Sandell – con l’apporto quasi telepatico di Johan Berthling al contrabbasso e di Paal Nilssen-Love alla batteria – sono quelle di una intensità sonora che sempre si rinnova, quasi opponendosi pervicacemente ai tranelli della libera improvvisazione tendendo agguati formali ad ogni angolo. Ne deriva una musica tesa, spettrale, che si nutre della propria stessa imprevedibilità, una musica alla quale l’utilizzo dell’elettronica apre scenari espressivi conturbanti, quasi di narrazione emotiva.
L’apporto di Butcher, sia al tenore che all’elettronica, offre ulteriori termini di scambio per il trio: nella prima, esaltante, parte di “Study”, la musica sembra procedere per onde che si sovrappongono, innescando furori, dispnee ritmiche, distensioni spettrali, schiumate di rabbia, punteggiature inattese. È una musica non facile, quella di questo trio + 1, a volte pare quasi volere sfuggire apposta all’ascoltatore, a non volerlo ammaliare quasi per rispetto delle sue facoltà desideranti, ma a volere accettare la sfida ci si ritrova con una musica di stregante fascino, squarciata di malinconia [il bel soffermarsi del contrabbasso attorno al diciannovesimo minuto di “Study”] e di stupore.
Nelle belle note di copertina, l’ex Gastr Del Sol David Grubbs trova parole molto intriganti per tentare – ma lo si può fare solo con larga approssimazione – di introdurre il disco agli ascoltatori: così, quando all’inizio di “Unsteady” ci troviamo circondati da suoni striscianti e alieni, non possiamo fare altro che lasciarci trascinare, come in un satellite alla deriva, incrociando i frammenti di una navicella free [bruciante come sempre il tenore di Butcher], i fili aggrovigliati di una luminaria festiva tra le corde del pianoforte di Sandell, improvvisi cali di pressione, silenzi, una estenuante rarefazione e circolazione del respiro sonoro, tanto che compresso nei tre minuti, il bis di “Steady” sembra più convenzionale.
Non facile, ma interessantissimo.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=1968

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