All About Jazz Italy review by Giuseppe Segala


cf-1331Darren Johnston – The Edge of the Forest (CF 133)
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Nato nell’Ontario, ma attivo musicalmente nell’area californiana, il trombettista Darren Johnston ha collaborato con i musicisti del Rova Saxophone Quartet, con Fred Frith, Myra Melford e Ben Goldberg. Quest’ultimo è presente nella formazione che ha registrato The Edge of the Forest, un quintetto che Johnston ha selezionato con cura per la propria musica, giungendo a risultati eccellenti.
L’organico riunisce quattro fiati, affidati a tre solisti, in grado di fornire una gamma timbrica ampia e articolata: tromba, clarinetto, sax tenore o clarinetto basso. A questi si affianca una ritmica senza pianoforte, quanto di meglio per dare respiro a composizioni ricche di spunti. 

Le coordinate sulle quali si muove la musica di Johnston sono evidenti fin dal primo brano dell’album: un sapiente incastro tra il ritmo in cinque movimenti, scandito dal contrabbasso e contrappuntato da tromba e sax, con il tema melodico espresso dal clarinetto. Tutto si arricchisce e si addensa nel corso del brano, con l’ingresso della batteria, l’assolo della tromba e la libera digressione affidata al duetto delizioso di sax tenore e clarinetto. Il quintetto ha un proprio carattere ben definito, in grado di modellare trame dense e sontuose ambientazioni timbriche.

Clarinetto basso e contrabbasso disegnano una trama ritmica complessa in “Foggy,” dove l’intervento della fisarmonica, presente solo in questo brano, apre uno squarcio intenso di lirismo e spiritualità. Ciò che caratterizza e rende interessante la musica di Johnston è l’alternanza tra la densità di certi arrangiamenti, in cui fiati e ritmi sono guidati con grande maestria, e le sequenze rarefatte, affidate a piccoli sottoinsiemi o a strumenti singoli, che sprigionano la creatività dei solisti. Tali modalità, con l’alternanza e la compenetrazione di episodi a densità variabile, ricordano la lezione dei chicagoani storici, come “Muhal” Richard Abrams e Henry Threadgill. I risultati sono però diversi, fanno pensare anche a Jimmy Giuffre, Dave Douglas, Dave Holland, pur mantenendo una propria fisionomia e un carattere ben definito. La spontaneità e la freschezza che si respirano scaturiscono da una sintonia intensa dei musicisti.

Musica che guarda con sobrietà a orizzonti nuovi, pur senza ignorare una forte spinta alla comunicazione. “Broken,” un vero cammeo incastonato nel centro del disco, si dipana su un disegno sfilacciato tra i fiati, dopo un’introduzione di corpo formidabile della tromba, e giunge solo nel finale al suo tema denso, vigoroso, assertivo. Il tema propulsivo appare invece subito in “Apple,” esposto prima dalla tromba, poi dai fiati insieme. Il denso tempo ternario di “The Edge of the Forest” è un veicolo ideale per i notevoli interventi di Goldberg e di Johnston.

Non meno degne delle sue qualità di scrittura, sono le doti solistiche del leader, che richiama Douglas ma anche Steven Bernstein, con timbri spessi, carnosi, materici, e un fraseggio nervoso, errabondo. Ben Goldberg e Sheldon Brown sono perfetti nel loro apporto. Devin Hoff è un bassista dalle doti melodiche notevoli e Smith Dobson V alla batteria è un prodigio di finezza e profondità. La sua scansione dal feeling vicino a Elvin Jones introduce l’ultimo brano del disco, il più vicino allo spirito di Threadgill. Uno scrigno di sorprese, di creatività ispirata, a tratti sfrenata.
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