All About Jazz Italy review by Luca Canini


Lucky 7s – Pluto Junkyard (CF 141)
Valutazione: 4.5 stelle
Un po’ Chicago, un po’ New Orleans. Sono in sette, si fanno chiamare Lucky 7s e il qui recensito Pluto Junkyard, pubblicato dalla benemerita Clean Feed, è il loro secondo CD all’attivo (il primo, Farragut, è uscito per la piccola Lakefront Digital, praticamente roba da carbonari). Un po’ Chicago e un po’ New Orleans, si diceva, perchè il gruppo nasce dall’incontro fra due trombonisti: Jeff Albert, dopo il 2005 in fuga dalla Louisiana e dall’uragano Katrina verso l’Illinois, e Jeb Bishop, quasi veterano della scena di Chicago, fedele scudiero di Ken Vandermark in tante battaglie. Con loro una sezione ritmica targata New Orleans, composta dal batterista Quin Kirkchner e dal bassista Matthew Golombisky, e un terzetto di rappresentanti della “nuova” Chicago (nipote dell’AACM, figlia del post-rock, svezzata da gente come Vandermark e Mazurek): il sassofonista Keefe Jackson, il vibrafonista Jason Adasiewicz (nome da appuntare: talento immenso) e il cornettista Josh Berman.
Musica d’incroci quella dei Lucky 7s, musica che colpisce fin da subito per incisività della scrittura e cura degli arrangiamenti, qualità dei contributi solistici e imprevedibilità-varietà delle soluzioni ritmico-armoniche. Il respiro complessivo è quello tipico della Chicago odierna, tanto Vandermark (l’iniziale “#6,” con quell’attacco bruciante e il doppio tema-doppio riffone, e “Future Dog,” che su un disco degli School Days ci sarebbe stata alla grande), un pizzico di AACM (“Ash,” introduzione solenne, avvio pulsante, crescendo implacabile e sviluppo che prende in contropiede), una spruzzata di Sun Ra (l’oscura “Afterwards”); ma negli svolazzi della composita front-line (quattro fiati) non è difficile rintracciare (sarà una suggestione?) un che di New Orleans, se non altro nei contrasti-contrappunti tra la cornetta di Berman e la coppia di tromboni, che spesso assolvono compiti strettamente ritmici.     

Ma le suggestioni non sono finite, perchè “Sunny Bounce” offre una gioiosa ventata di gusto retrò (il primissimo Sun Ra? L’Oliver Nelson metà Sessanta?), mentre “Jaki’s Walk” riesce a suonare persino latin con quel suo incedere sinuoso e ostinato. Cima Coppi dell’intera scaletta, la strepitosa “The Dan Hang,” che si apre con un nervoso botta e risposta tra sax-cornetta da una parte e il trombone di Albert dall’altra. Sulla fitta trama si innesta la sezione ritmica: basso pulsante, batteria martellante, vibrafono etereo. Ci pensano poi le sei corde di Bishop (trombonista, ma anche valente chitarrista) a far esplodere il tutto in un crescendo noise, fino a quando il pezzo decolla ritmicamente, diventando qualcosa di molto simile a un’outtake dei Jaga Jazzist.

Notevole, come tutto il disco. Anzi, imperdibile.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=4715

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