All About Jazz Italy review by Luca Canini


Chris Lightcap’s Bigmouth – Deluxe (CF 174)
Valutazione: 4 stelle
Un giorno o l’altro bisognerà avviare una discussione seria sul concetto di mainstream in epoca post-postmoderna. Esiste ai giorni nostri un jazz che va per la maggiore? Ha ancora senso fare riferimento a un vocabolario estetico largamente condiviso e immediatamente riconoscibile? La questione è meno peregrina di quel che si potrebbe credere. Il termine mainstream è forse uno dei più abusati e fraintesi nel gergo jazzistico, sia da chi vi si trincera in nome del purismo, sia da chi lo usa per etichettare i conservatori. Eppure c’è una terza via, esiste una musica che racconta il nostro tempo rielaborando quel vocabolario al quale si faceva riferimento qualche riga sopra, quella serie di codici che fanno del jazz il jazz. E i Bigmouth di Chris Lightcap ne sono una splendida dimostrazione.
Deluxe è infatti mainstream senza per questo cedere alle lusinghe delle convenzioni. Mainstream nel modo in cui viene rispettato il tradizionale rapporto tra sezione ritmica e line-up; mainstream per la perfetta riconoscibilità dei temi e degli assoli all’interno di ciascun brano; mainstream per la diligente connotazione ritmico-armonica delle composizioni uscite dalla penna di Lightcap, che si srotolano con estrema fluidità, senza strappi violenti o sospensioni. Insomma, le regole del gioco sono quelle di sempre, quelle che ogni ascoltatore impara fin dai primi approcci all’universo jazz.

Rispettarle non significa però abdicare al già sentito. La scrittura è fresca e moderna, intrisa di attualità. Non c’è nessuna nostalgia, nessun intento emulativo di qualsivoglia maestro, nessun rimpianto per l’epoca d’oro del jazz, nessuna ossessione per i paletti e i tabù. C’è la consapevolezza di essere parte di una storia, ma non la sciocca convinzione che il meglio sia alle spalle.

Quel che manca per arrivare alle quattro stelle ce lo mettono i fantastici cinque coinvolti nel progetto. In primis Craig Taborn, straordinariamente efficace a livello ritmico (si ascolti l’intro di “Platform”): felino al Wurlitzer, più romantico al pianoforte. Felicissima anche la scelta di mettere a confronto i sax tenore di Chris Cheek e Tony Malaby: novello Lester Young il primo, elegantissimo e sinuoso, erede di Coleman Hawkins il secondo, con quel tono robusto e virile. Se non vi basta aggiungete al conto delle meraviglie il drumming impeccabile e asciutto di Gerald Cleaver e il contralto acidulo di Andrew D’Angelo, ospite in tre delle otto tracce.

Il passato non è mai stato così presente.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=5677

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