All About Jazz Italy review by Maurizio Comandini


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Joe Fiedler Trio – The Crab (CF 092)

Valutazione: 4.5 stelle
Quando si ascolta un disco eseguito da tre musicisti il primo pensiero che guizza nella mente è quello di confrontarlo col trio di Jimi Hendrix, un vero tsunami che colpì il mondo della musica alla fine del 1966. Dopo di allora nulla fu più lo stesso. Ma c’è un altro trio attivo in quegli anni (per l’esattezza iniziò la propria attività più o meno tre anni dopo) che ha lasciato una traccia importante, anche se un po’ dimenticata, nel jazz moderno. Stiamo pensando al gruppo denominato semplicemente “The Trio”, formato dal saxofonista inglese John Surman e dai due americani Barre Phillips e Stu Martin, rispettivamente al basso acustico e alla batteria.

Ascoltando questo eccellente The Crab del trombonista Joe Fiedler il pensiero corre certamente più a questo secondo riferimento che non alla Jimi Hendrix Experience, anche se l’influenza di quest’ultima formazione è comunque sempre pervasiva e andrebbe in ogni caso considerata se si applicasse la proprietà transitiva, visto che il trio del chitarrista ebbe comunque un ruolo nella ideazione del gruppo guidato da John Surman.

Le nove composizioni che vengono esplorate nell’album di Fiedler sono tutte originali e sono state scritte dal leader stesso, anche se spesso si ha la sensazione che sia l’energia collettiva dei tre musicisti a guidare la scansione degli episodi e l’incedere convinto e appassionato dell’intreccio rigoglioso ed organico che caratterizza The Crab.

Fiedler è un eccellente trombonista, uno dei migliori della sua generazione e soprattutto ha coraggio da vendere e una forte determinazione a portare avanti le sue idee. Lo fa con grande passione e con grande rispetto per i suoi maestri, Albert Mangelsdorff, Ray Anderson e Roswell Rudd. Lo fa senza alcun timore di infilarsi in tunnel sconosciuti dove il ‘growl’ del suo strumento diventa carta vetrata per allargare le pareti e fare spazio alle incursione avventurose e maestose che formano l’asse portante di questa eccellente proposta musicale. Lo fa mettendo in gioco in maniera sempre originale le mille influenze che ha assorbito a New York con il suo incessante saltare da progetto a progetto, mischiando sapientemente i ritmi sincopati delle orchestre latine con il jazz più sperimentale di gruppi troppo presto dimenticati come quello del batterista Ed Ware, con la pazzia di Captain Beefhert (riveduto e aggiornato da Phillip Johnston e Gary Lucas nel bel progetto Fast ‘n’ Bulbous di cui Fiedler fa parte dalla fondazione) e il rigore raffinato di Anthony Braxton.

John Herbert al basso e Michael Sarin alla batteria sono compagni di strada di grande sensibilità ai quali viene affidato il compito di essere molto di più che semplici accompagnatori. In ogni istante il loro ruolo viene messo in discussione e la musica respira a pieni polmoni l’energia generata dall’imprevedibilità assunta come dato progettuale centrale.
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