All About Jazz Italy review by Vincenzo Roggero


Fight the Big Bull –   All Is Gladness in the Kingdom (CF 169)
Valutazione: 4.5 stelle
Dying Will Be Easy era stato il sorprendente album d’esordio che aveva rivelato una formidabile formazione riunita attorno alla figura illuminata del chitarrista Matt White. L’unico appunto mosso ad un disco pressoché perfetto riguardava la durata vinilica del lavoro (trenta minuti appena!). Matt White sembra aver colto la nostra implorazione e con questo All Is Gladness in the Kingdom rilancia e raddoppia regalandoci settantasei minuti di puro piacere per anima, corpo e mente.

Impossibile descrivere la musica contenuta nel CD e l’uragano di emozioni e pensieri che colpisce l’ascoltatore. Perché vengono meno i normali criteri valutativi di fronte ad una musica che non porge punti di riferimento, viscosa e incandescente come una colata lavica, proteiforme come un’ameba che scivola via appena pensi di averla tra le mani. Laddove l’album d’esordio era secco e accecante, All Is Gladness in the Kingdom porta all’estreme conseguenze i concetti spazio temporali là contenuti, dilatando in una sorta di vuoto pneumatico un materiale sonoro difficilmente imbrigliabile, grumoso, a volte claustrofobico, spesso disseminato di falsi indizi.

Potremmo allora immaginare che dietro “Mothra” si nasconda l’orchestra di Duke Ellington alle prese con una colonna sonora di James Bond, dopo una nottataccia in qualche bettola poco consigliabile. Che in “Jemima Surrender,” The Band venga catapultata nel bel mezzo di una conduction di Butch Morris, mentre in “Gold Lions” i Sex Mob incontrino i Lounge Lizards. O che “Eddie and Cameron Strike Back/Satchel Paige” sia in realtà una sorta di drum&bass eseguito da una qualche formazione di George Russell, e ci piace pensare che “Martin Denny” sia un party psichedelico organizzato in uno sperduto monastero tibetano.

Ma è solo immaginazione. Di certo vi è un chitarrista assai originale che per il momento privilegia le sue grandi doti di compositore e arrangiatore, una piccola big band di dieci elementi che nelle sua mani diventa straordinari strumento per dar forma alle idee di una mente musicale senza limiti, e, ciliegina sulla torta, il contributo della slide trumpet di Steven Bernstein, una sorta di padre spirituale del giovane geniaccio di Richmond, Virginia.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=5070

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