All About Jazz Italy review by Libero Farné


Carlos “Zingaro” / Dominique Regef / Wilbert DeJoode – Spectrum (CF 110)
Ogni volta che in un CD troviamo brani a firma congiunta siamo spinti a pensare che si tratti di improvvisazione collettiva e radicale. In realtà soltanto un colloquio coi musicisti o note di copertina particolarmente precise potrebbero confortarci nella nostra supposizione, escludendo il dubbio che ci sia stata un qualche accordo fra i musicisti prima dell’esibizione: appunti grafici, numerici o verbali, il ricorso volontario o meno a temi melodici dell’uno o dell’altro protagonista…
Nelle note di Spectrum Rui Eduardo Paes, stimato critico portoghese, afferma che “jazz da camera”, Third Stream Music, Crossover o fusion non sono categorie applicabili alla musica di questo trio d’archi, i cui membri si immergono in profondità e senza condizionamenti nel crogiolo del materiale sonoro, concentrandosi su strutture aperte e spontanee. Sembra dunque, fino a prova contraria, che questo CD, registrazione del concerto svoltosi il 5 febbraio 2004 allo Spectrum Festival di Porto, proponga appunto la più pura improvvisazione collettiva e radicale.

Detto questo, va subito aggiunto che l’esibizione è di altissimo livello qualitativo. Un’inventiva senza limiti ed un interplay istantaneo rendono l’evoluzione costantemente tesa e sorprendente, nella varietà e coerenza delle soluzioni messe in campo. Due sono le componenti principali, fra loro interconnesse: quella timbrica e quella dinamica. Dei tre musicisti, l’olandese DeJoode è colui che mantiene maggiormente il ruolo e la sonorità tradizionali del suo strumento, producendo un contrappunto scuro e puntato, un ruminare pensoso, pur sempre variato e di grande efficacia sia al pizzicato che con l’archetto. Il violino del portoghese Zingaro e la ghironda del francese Regef (il cui apporto anomalo, costante e singolarissimo risulta fondamentale) si integrano, si sovrappongono, si intrecciano, emanando una gamma incredibile di sonorità: di volta in volta sembra di ascoltare voci umane, sitar, armoniche a bocca, flauti, theremin e strumenti elettronici (la cui totale assenza stupisce).

L’aspetto timbrico però non è mai effettistico e fine a se stesso, ma è motivato e supportato dall’andamento dinamico e narrativo. Il procedere del racconto, forgiato via via dal dialogo a tre, si tende, si dilata, sussulta, divaga, si infittisce di voci o, raramente, prevede soliloqui, si spegne, si fa ossessivo o leggiadro, giustificando così una pronuncia eterodossa e complessa, ma del tutto funzionale. Se questa è l’impressione che si coglie dall’ascolto del CD, si può bene immaginare l’impatto esercitato dal concerto sui presenti, al numero dei quali ci si rammarica di non appartenere.
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