All About Jazz Italy review by Vittorio Albani


Empty Cage Quartet – Gravity (CF 161)
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Sono ormai diversi anni che “The Wire,” una delle migliori ed intelligenti riviste specializzate al mondo, cita l’Empty Cage Quartet (che alcuni ricorderanno sotto il nome di MTKJ Quartet, dalle iniziali dei cognomi dei suoi membri – clicca qui per leggere la recensione di Making Room for Spaces) quale una delle formazioni più illuminate ed illuminanti del new jazz.
La seriosa redazione londinese non ha torto. Quello che molti hanno bollato con il vecchio termine di free jazz è in realtà un nuovo modo di vivere il “sistema improvvisazione” in toto. Nelle utili note di copertina di questo nuovo lavoro uscito per l’attentissima Clean Feed portoghese, Kris Tiner, emblematico e misuratissimo trombettista del quartetto, spiega per bene che molto del lavoro del gruppo si basa su palindromi armonici e sequenze melodiche direttamente mutuate dallo studio dei cicli del calendario Maya. Ma, attenzione, non c’è nulla di cervellotico, di esoterico o di solo fondamentalmente intellettuale in questa musica. Non è accademia, in poche parole, ma solo ed esclusivamente voglia di possibilità, di strade potenziali.

L’energia nascosta che contraddistingue Gravity è sostanziale e indica chiaramente la purezza degli intenti. La qualità delle scelte è palpabile così come le forse risultanti messe in gioco. Il sottile gioco delle combinazioni e delle ricombinazioni non è ovviamente una novità ma è sempre straordinario annotare come, nel vasto mare della musica, l’avventura riesce sempre ad avere un logico seguito. La capacità di ognuno dei quattro componenti di questo progetto è indubbia e la creazione di strutture improvvisative in grado di espandersi o rapprendersi con sorprendente semplicità è dannatamente vincente. Un gioco per la mente più che per il cuore, ma alla fine della fiera, una festa di colori e una dimostrazione di forza creativa fa vincere l’idea che questi siano veramente nuovi concetti con i quali la grande storia dell’improvvisazione debba rapportarsi.

Gli amanti del genere hanno ben quattro album di questa formazione con i quali confrontarsi. Il fatto che la band viva poi priva dell’apporto del pianoforte (in molti altri casi vero pilastro di operazioni similari), la riconduce semmai ad altre importanti esperienze, prima fra tutte quella di un signore che si chiama Ornette Coleman. Mi divertirei a pensare a un neologismo come quello di una novella “estetica labirintica,” ma – rimettendo poi i piedi per terra – mi rendo allo stesso tempo conto che – con nelle orecchie sonorità simili – la mente fugge alla ricerca di icone in grado di dare spiegazioni che in realtà non dovrebbero sussistere anche se poi le parole tornano ad essere necessarie per presentare particolari forme d’arte.

Usando meglio la testa, l’unico consiglio da dare è quello di connettersi idealmente alle linee di questi brani, lasciando che la mente si adagi liberamente alla estrema modularità musicale che li contraddistingue. Atmosferica o pensante che questa musica sia, se per un attimo si riuscisse a catturarne almeno la coda, ci si potrebbe sorprendere ad intuire un possibile ma reale sviluppo del jazz moderno.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=4958

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