All About Jazz review by Ciro Riccardi


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Stephen Gauci’s Basso Continuo – Nididhyasana
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“Basso Continuo” è il progetto più recente del sassofonista Stephen Gauci, un prolifico esponente dell’avanguardia jazzistica newyorkese, che si è imposto al pubblico del free jazz con un buon numero di dischi a suo nome – otto (tra cui Wisps of an Unknown Face) – pubblicati negli ultimi due anni, e numerose collaborazioni con musicisti di un certo calibro – William Parker, Lou Grassi e Graham Haynes tra gli altri. Il titolo del lavoro è Nididhyasana, ed è uscito per l’etichetta portoghese Clean Feed.

Il nome del gruppo, “Basso Continuo” appunto, non si riferisce alla pratica di accompagnamento estemporaneo del periodo barocco, bensì alle sonorità prevalenti di questo disco, tutto improntato su due contrabbassi, suonati da Mike Bisio e Ingebrigt Haaker Flaten, cui spetta il compito di tessere il background sulle frequenze gravi.
Una pulsazione quasi ininterrotta, anche nei momenti di minore intensità dinamica. Un humus primordiale, su cui si innestano le improvvisazioni dei solisti: Gauci appunto, che suona il tenore, coadiuvato dal bravo Nate Wooley alla tromba.

La formazione è piuttosto particolare, anche per il free: non prevede strumenti a percussione. Solo il contrabbasso, per il modo in cui viene suonato, sfiora questa definizione. Eppure, questa scelta timbrica non lascia spazi vuoti, non si sente la mancanza della batteria, anzi l’improvvisazione si apre a nuove prospettive: dall’ascolto del disco traspare un approccio meditativo, concentrato, un grande interplay dinamico, e non a caso i titoli delle quattro tracce che compongono il lavoro sono in sanscrito, presi a prestito dalla pratica yoga.

In ciascuna c’è una diversa attitudine: la prima, “Nididhyasana (Uninterrupted Contemplation)”, è la più lunga del disco, ed esplora tutte le possibilità timbriche del quartetto, la tromba aperta oppure con la sordina, i due bassi suonati con o senza l’archetto, il sax che ricerca effetti onomatopeici. La seconda, “Dhriti (Steadfastness)”, invece ha delle sonorità meno free jazz, più post-bop, e parte da nuclei tematici, frasi spezzate, per svilupparle in un crescendo libero che si fa sempre più esasperato, fino al rumore. Nel terzo pezzo, “Chitta vilasa (Play of Mind)”, ci sono lunghi momenti in cui i musicisti sperimentano vari incastri possibili: prima sax e contrabbasso, poi tromba e contrabbasso, poi i due contrabbassi insieme, per raggiungere un climax rumoristico quasi giocoso, che sembra un chiacchiericcio umano. L’ultima, “Turyaga (Beyond Words)”, l’unica del disco che non supera i cinque minuti, è la più lineare, con tromba e sax che si inseguono mentre in contrabbassisti alternano veloci walkin’ in stile free a ostinati rumori di sottofondo.

A dispetto dei nomi spirituali, tutti e quattro i pezzi sono accomunati da un approccio fisico all’improvvisazione, energico, anche se molto controllato. C’è una grande attenzione alle dinamiche e a tutti i possibili incastri tra gli strumenti, esplorati nelle loro sonorità più inedite.

Salta all’orecchio l’enorme versatilità dei due contrabbassi: corde battute, sfiorate, suonate con l’arco, che a tratti accennano walkin’, frasi spezzate o pedali ostinati, per poi immergersi nel caos dell’improvvisazione collettiva. In ogni caso, il continuo incastro tra i due giganti bassi non è mai troppo urlato, o invadente: lascia spazio alla ricerca timbrica di tutti gli strumentisti.

Si può sentire il soffio di Wooley nello strumento, il rumore delle pelli del sassofono schiacciate dai tasti, qualcuno che tossisce ad un certo momento. Anche nei punti di maggiore intensità il suono è controllato, e per questo in tutto il disco si sente una tensione continua e coerente. La concentrazione, e di conseguenza l’esecuzione ispirata, rende merito alle pregevoli doti timbriche del sax di Gauci, che è possente, ma sobrio e asciutto, anche quando si lascia andare a effetti onomatopeici. Allo stesso modo, Wooley è sorprendente, per le qualità tecniche e la libertà improvvisativa della sua tromba. Insomma, Nididhyasana è un disco suonato bene, originale, da ascoltare anche se non si è appassionati del genere.
http://italia.allaboutjazz.com/php/article.php?id=2582

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