Jazz from Italy – Roots Magic – Hoodoo Blues


“le mie radici sono nel mio giradischi”

Qualche anno fa la Atavistic Records promuoveva la sua serie di ristampe free jazz (Unheard Music Series) con una t-shirt che riportava questa citazione di Evan Parker (My Roots Are in My Record Player), e non è un caso che sia riportata anche tra le dediche del lavoro dei ROOTS MAGIC, perché non era possibile trovare una frase migliore per aprire questo racconto.

E si, perché HOODOO BLUES mi ha ricordato tanto una di quelle “compilation” su cassetta che facevamo senza sosta quando eravamo vivi, come viatico dei lunghi viaggi avventurosi per adolescente oggettività, come pegno prezioso per gli amici più cari, come rimedio curativo alle prime delusioni d’amore, vere e proprie sequenze cucinate per le date speciali, musicali poesie per le prime ragazze cadute in amore…

Niente a che vedere con le sconfinate playlist che aggiungono solo varietà agli odierni distratti ascolti. Quello era un momento unico in cui la raccolta e l’ascolto dei dischi, la scelta delle tracce, la creazione della sequenza, la compilazione delle info ed anche di un’artigianale copertina sul piccolo cartoncino rendevano elettrico il più noioso dei pomeriggi o creativa la notte più insonne.

Certo, la differenza tra una di quelle cassette e questo disco è notevole: lì non c’era l’incanto di nuovi arrangiamenti, non c’era la sorpresa di ritrovare pezzi dimenticati e nemmeno la scoperta di pezzi nuovi accomunati dalla stessa fratellanza di respiro; c’era invece un pizzico di malinconico déjà vu già dal secondo ascolto, perché era solo la scelta dei temi e la loro correlazione a tenere in vita la magnetica creatura. Ma in entrambi c’è forse lo stesso piacere dell’ascolto puro, la necessaria condivisione come consolidamento dell’intesa, la volontà di decidere il mood del momento, il coraggio e l’orgoglio di mettersi a nudo senza troppe maschere.

Alberto Popolla (clarinetti), Errico De Fabritiis (sassofoni), Gianfranco Tedeschi (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria), suonano con maestria, avendo alle spalle una storia degna del massimo rispetto, nonostante l’attenzione alternata della più canonica critica musicale. Qui poi c’è pure magia e, in un mondo abbastanza piatto e schermato, non è cosa da poco.

Il progetto ROOTS MAGIC nasce a Roma nel corso del 2013 e, in questo primo lavoro per la Clean Feed (primavera 2014), i “nostri” non si bagnano semplicemente le mani nelle acque ispiratrici del Mississippi, fiume culla del blues, ma si tuffano nell’interno più sconosciuto e profondo, affondano senza paura i piedi nel fango limaccioso che costituisce il fondale della culla, si lasciano a volte trasportare dalla portante corrente ma, più spesso, fronteggiano lo storico flusso con un’energia contagiosa, rischiando persino il peggio e lasciando così che gli argini mentali si rompano sotto il flusso di una memoria musicale che traccia un’inedita mappa culturale.

Battono, soffiano, accarezzano e colpiscono i ROOTS MAGIC, incuranti dei confini portano nuova linfa a vecchi brani che, attraversando la storia afroamericana, esondano in un nuovo territorio finalmente globale.
« Nella cultura afroamericana tradizione e tradizionale non vanno d’accordo. Nel jazz – e nella musica nera in generale – appartenere a una tradizione significa far parte di un continuum, riconoscere e omaggiare chi l’ha costruito, spingerlo in avanti rivedendolo, anche radicalmente », dice Antonia Tessitore sulle pagine di Internazionale.

“The HARD Blues”, registrata da Julius Hemphill nella sessione che ha prodotto Dogon AD (febbraio 1972) e pubblicata solo tre anni dopo su Coon Bid’ness, apre HOODOO BLUES come una chiara indicazione più delle intenzioni di recupero necessario che dei contenuti musicali. Infatti, diversamente dall’approccio del quartetto di Hemphill, che in origine dilata in venti minuti l’esposizione delle materie prime della sua cultura senza remore tra ingredienti free come piatto principale, radici rhythm’n’blues speziate di Bebop tra gli aromi ed il blues meno canonico come perfetto contorno, la versione dei ROOTS MAGIC riparte dal pedale finale, capovolgendo il flusso in maniera più vicina all’incisione che lo stesso Hemphill ha lasciato su Fat Man And The Hard Blues della Black Saint, storica etichetta italiana di Giovanni Bonandrini, quasi vent’anni dopo la sua prima apparizione.

Il flusso scorre poi su “UNITY” di Philip Cohran, uno dei fondatori della AACM e membro dell’Arkestra di Sun Ra, pubblicata col suo Artistic Heritage Ensemble nel 1967. A differenza dell’approccio afro-jazz in forma corale della versione originale (14 gli elementi presenti nell’Ensemble), quì è la dinamica tra i due fiati, che spesso s’intrecciano all’unisono e si scambiano i ruoli, ad indicare nel call and response la struttura originaria della musica afroamericana.

“The SUNDAY AFTERNOON Jazz and Blues SOCIETY”, scritta da John Carter, è stata pubblicata nel 1970 su Self Determination Music, disco uscito per un’altra etichetta fenomenale: la Flying Dutchman fondata da Bob Thiele a New York nel 1969. Carter, forse uno dei musicisti meno ricordati della storia, in sette anni ha inciso 5 suites che compongono il polittico Roots and Folklore: Episodes in the Development of American Folk Music, a cominciare da Dauwhe (1982) inciso sempre per l’italiana Black Saint. Non credo io debba aggiungere altro per giustificare la scelta dei ROOTS MAGIC d’inserirlo in questo specifico contesto.

Blues for AMIRI B., firmata da Errico De Fabritiis, è una delle più intense dediche a quello che per me è il più importante Poeta de il popolo del blues: “Ecco perché siamo il blu(es) / proprio noi / ecco perché noi / siamo il / canto / autentico // Così oscuro & tragico / Così vecchio & / Magico // ecco perché siamo / il Blu(es) noi Stessi // In tribù di 12 / misure / come le strisce / della schiavitù / sulla / nostra bandiera / di pelle” (Funk lore, 1993).

Qui i fiati di Alberto Popolla e De Fabritiis si trasfigurano in rabbia, gioia e dolore, mentre le percussioni di Fabrizio Spera puntellano un profilo spirituale capace d’insinuare il più profondo dubbio al più incredulo degli scettici e Gianfranco Tedeschi, il musicista rivelazione per mia ignoranza, colora di emozioni semplici un assolo che è più un ritratto del Poeta ideale che un esplicito omaggio all’uomo Everett LeRoi Jones.

Potrei continuare all’infinito a raccontarvi i dettagli di queste tracce, che proseguono con “DARK was the NIGHT” (1928) di Blind Willie Johnson che abbraccia nell’ombra una rilucente “A CALL for all DEMONS” di Sun Ra (da “Angels And Demons At Play” – 1967), che sfiorano la tragica figura di Charley Patton in “POOR Me” (1934) e fanno “pogare” le coscienze in un ribollente “the JOINT is JUMPING” di Tedeschi; chiude il cerchio una alternative take de “The SUNDAY AFTERNOON Jazz and Blues SOCIETY”, a ribadire l’importanza del profilo dimenticato del clarinettista texano.

Potrei continuare all’infinito, dicevo, nella ricerca di relazioni, nell’intento di documentare la storia che si dipana dietro una “semplice” scelta di titoli, ma sarebbe fare un torto alla bellezza dell’insieme, come sminuire la maestosa intensità di un’affascinante struttura focalizzandosi sul dettaglio…

Chi parla della musica, raramente riesce a raccontare dei significati più nascosti dalla superficie musicale e mai, o quasi mai, racconta se se l’è spassata all’ascolto, se non ha resistito e si è messo a ballare nel mezzo del salotto (ché ai concerti si è quasi sempre in quattro), se si è commosso fino alle lacrime e se la musica, insomma, gli è arrivata al cuore passando senza scorciatoie dallo stomaco.

Molto spesso le recensioni dei dischi si dilungano nell’analisi delle intenzioni progettuali, si perdono nella fredda compilazione della lista degli “assolo” o offrono più genericamente un’ulteriore premio alla carriera di un musicista/gruppo che sta a cuore al recensore o il claim concitato sull’enfant prodige del momento, oscillando schizofrenicamente dalla più equilibrata fotografia dell’evento, che termina senza dire nulla (modalità carta stampata), alla faziosa ed incondizionata “acclamazione o distruzione” dell’oggetto in questione (modalità web/forum).

Di solito ci perdiamo ed accaloriamo sulla padronanza tecnica dello strumento, sulla tanto paventata libertà espressiva iscritta nel DNA di questa musica (e cancellata in un attimo dalla limitante necessità di inserirla sotto una specifica etichetta), sulla paternità dello slang musicale a discapito del contenuto espresso… Pensare infatti a questo come ad un disco “semplicemente” di Blues è più che riduttivo, è fuorviante. Cercare nelle mie parole una fredda analisi musicale sarebbe tempo perso: io sono un dilettante, mi appassiono solo a ciò che mi emoziona davvero e racconto quello che non riesco a sognare.

HOODOO BLUES gira tutto sul tema del blues, sembrerà banale, ma se pensate alle 12 misure in cui si alternano i soliti tre accordi, beh, avete perso tempo a leggere queste pagine, perché qui si tratta di “un blues molto free”, per dirla à la Mario Gamba, e per me questo è il disco TOP del 2015.

Ora i puristi penseranno “ma come fanno quattro ragazzi italiani a fare veramente del blues?”, mentre la domanda giusta sarebbe: ma come mai un disco così bello lo si è dovuto stampare con un’etichetta portoghese?

http://jazzfromitaly.blogspot.it/

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